Un Santo a Messina

Sant'Annibale, o Padre Anni-baie, come spesso lo chiameremo, visse tra il 1851 e il 1927. La sua città, con i problemi e le vicende che vi si svolsero, influì largamente sulle sue scelte.

Alla nascita di Annibale, è sul trono delle Due Sicilie Ferdinan-do II di Borbone, che riesce ad allontanare il Sud sia dall'Italia sia dall'Europa, cucendosi addosso una nomea che la retorica risorgimentale strombazzerà ben oltre i pur vistosi demeriti. Con la sua idea settecentesca dello stato monarchico, soffocava ogni libertà e, dove non arrivava con la persuasione della legge, calava con quella della forza, come quando fece cannoneggiare l'insorta Messina, meritandosi l'odioso titolo di "Re Bomba". Con esso è passato alla storia.

Il suo Regno, tra spie e nemici, subiva a tenaglia la stretta dei moti risorgimentali e i fermenti intemi di uomini decisi ai nuovi destini d'Italia. Sentimenti a volte nobili, altre di basso profilo, si mescolavano nei personaggi sulla scena. Dietro la marcia di Gari-

baldi attraverso la Sicilia si imbrancano onesti e arrampicatori, borghesi e picciotti, professionisti e preti. Questi ultimi non ebbero ritegno di gettare la tonaca per la camicia rossa.

Nella società messinese le povertà materiali (crisi del commercio portuale, disoccupazione, emigrazione) si aggiungevano a povertà ancora più gravi: la deriva spirituale e civile per la latitanza congiunta delle autorità costituite e l'inconsistenza qualitativa del clero. Non si fa torto alla nobile città di Messina se si afferma, sulla scorta di documenti inconfutabili, che essa era la testa malata di un corpo languente. La diocesi era tra le più disastrate del Sud.

Padre Annibale chiamerà Messina "L'Abbandonata", "La non compassionata", come già gli an-

Vista di Messina all'epoca di Annibale Di Francia.

tichi profeti chiamarono Gerusalemme, la città di Dio, umiliata perché divenuta indegna delle promesse. Per Messina, novella Gerusalemme, Padre Annibale offrirà la propria vita.

Le istituzioni ecclesiastiche non rimasero certo inerti. In Messina, fu di grande spessore l'ope-

ra degli arcivescovi Giuseppe Guarino (+1897), Letterio D'Arrigo (+1922) e Angelo Paino. Riformarono il clero, risollevarono il seminario, attivarono la solidarietà. Il Guarino, poi, fondò una congregazione di suore per l'apostolato della famiglia e incoraggiò l'allora giovane Annibale.

Lo chiamarono Annibale Maria -

La famiglia di Padre Annibale, di origini cavalieresche, risale alla venuta in Italia di Carlo I d'Angiò (+1285). Tra gli ascendenti accertati si ricorda un Jannino de Francia, al quale re Ladislao concesse feudi in terra d'Otranto. Da qui, alla fine del Settecento, un tale Diego Di Francia si stabilisce in Messina con la qualifica di senatore. È lui il capostipite, da cui, per generazioni si giunge al padre di Annibale, Francesco Di Francia, Cavaliere e Marchese di Santa Caterina.Di più modeste origini Anna Toscano, la madre di Annibale.

lo stemma della Famiglia Di Francia

La famiglia viveva in una casa agiata, nel quartiere Portalegni. In breve tempo, nascono Giovanni Maria, Caterina Maria, il 5 luglio del 1851 Annibale Maria e infine Francesco Maria. Lo chiamarono Annibale Maria, ma il Santo teneva a precisare Maria Annibale, forte di un errore ana-grafico e orgoglioso di quella precedenza mariana, per lui segno di privilegio.A soli quindici mesi rimane orfano del papa, un'esperienza che lo segnerà in positivo quando dedicherà la sua vita alle creature sole al mondo e abbandonate. Fu anche più sfortunato degli altri fra-tellini, perché mamma Anna lo collocò presso una vecchia zia, che viveva sola in un ambiente squallido. All'alba della vita, l'anima del piccolo affonda in un crepuscolo freddo. Le favole della vecchia erano tristi come la sua solitudine e il piccolo Annibale ne soffrì. Poi venne il colera del 1854 e se la portò via. Fu colpito anche il bambino. Egli ne serbò memoria, e gli restò negli occhi la mamma, seduta accanto a lui, che lo vegliava pregando. Vennero certi uomini vestiti di nero, si portarono via la zia. Gli restò impresso un regalino della mamma: due cavallucci di legno che tiravano un carrettino...

il Cavaliere Francesco Di Francia,la Nobiloonna Anna Toscano.

Il bambino e l'adolescente

Nella fanciullezza l'impulsività e la riflessione sono gli elementi essenziali della sua personalità. I due aspetti convivono dialetticamente in lui, sicché prevale ora l'uno ora l'altro, in attesa che l'esercizio e l'età li compongano in sintesi.

La riflessione, che si allea in lui a una fede incantevole, gli apre l'anima alla preghiera e lo

sottrae alla dissipazione, mentre l'indole impulsiva gli suggerisce gesti insospettati. Di sincerità e di carità su tutti.

Mamma Anna l'aveva affidato ai Padri cistercensi. Il loro collegio era palestra esclusiva per i rampolli della Messina-bene. Ne uscirà nel 1866, a 15 anni. Si ritroverà nel vasto mare della società con le attrattive, le voci fra-

stornanti di una cultura che contrastava vivamente quella ovattata del convento.

Ormai Annibale, adolescente, frequenta le scuole pubbliche, e vi si ritrova come in certi crocevia nei quali venti contrari si scontrano. Le aule statali dell'epoca erano dominate da correnti culturali laiciste prevenute, alimentate da fanatismi antireligiosi. Sapeva stare tra i suoi coetanei, ma sapeva anche staccarsene. Lo vedevano passare dalla strada alla chiesa. Si appartava più di frequente in Santa Maria di Porto Salvo, dove s'intratteneva in conversazioni spirituali con i francescani, e in San Giovanni di Malta nelle adorazioni eucaristiche delle Quarantore. In una di queste soste davanti al tabernacolo intuì la necessità di pregare per le vocazioni. Fu un'idea embrionale, ma da essa si svilupperà, in età matura, il suo carisma o, come dicono i biografi, "l'intelligenza del Rogate", cioè la piena comprensione della preghiera per la vocazioni, comandata da Gesù: "Rogate ergo Dominum mes-sis..." (dr. Mt, 9,38; Le 10,2).

Gli fu maestra anche la strada. Quel che vedeva con i suoi occhi era l'immagine compendiaria della società moderna tra miseria e nobiltà, tecnologia e smarrimento. Ci sembra di cogliere il suo passo agile. La strada faceva da *• sponda alla chiesa, in un rimbalzo continuo di problemi e di risposte, di impressioni raccolte e trasferite nel dialogo con Dio.

II Duomo di Messina ai tempi di Padre Annibale.

Fuga e "pazzie di gioventù"

Quando il Signore bussò all'adolescente Annibale, trovò la porta aperta. Fu di notte. Mentre pregava, sentì nel suo profondo degli impulsi dolci e intensi. Che cos'era mai?

La vicenda vocazionale di Annibale s'intreccia con quella del fratello minore, Francesco. Anche lui ha sentito la voce di Dio e d'un tratto ha maturato la risoluzione. Si confidarono. All'arcivescovo Natoli, che li incoraggiò; a mamma Anna, che abbozzò una smorfia. La donna non si capacitava. Dubitava specialmente di Annibale. Lo vedeva poeta sognante: un emotivo, facile ad accendersi, ma facile anche a ripiegarsi su sé stesso nel dolore della delusione.

Una mattina, all'alba, i due fratelli uscirono furtivamente di casa e si avviarono verso la chiesa di San Francesco all'Immacolata. Era la festa dell'Immacolata Concezione, l'8 dicembre 1869. Rimasero a lungo in preghiera, poi sciolsero certi fagotti, ne trassero l'abito di seminaristi, l'in-

dossarono, si consegnarono nelle mani della Madonna. Annibale poetava, in quel tempo: «Nei versi miei ti canterò Regina, Santa, Immortale».

La madre continuò a non crederci: «Francesco persevererà, Annibale, no!».

Invece, di lì a poco il fratello minore ebbe una lunga crisi, ma l'esempio dell'altro lo risvegliò dal torpore spirituale. Andò avanti fino alla meta e fu sacerdote di spicco.

Un giorno Padre Annibale confiderà a uno dei primissimi discepoli: «La mia vocazione... fu improvvisa, irresistibile, sicurissi-ma». L'insistenza con cui inviterà a pregare il Signore per ottenere le vocazioni ha anche questo fondo di esperienza personale. Annibale fu seminarista "esterno". Viveva, cioè, in famiglia, al seminario ci andava per le materie teologiche, letterarie e filoso-fiche. Era brillante, scriveva sui giornali, soprattutto su "La Parola Cattolica", un periodico agile e battagliero.

Intanto, non trovando nell'armamentario devozionale dell'epoca uno straccio di preghiera per le vocazioni, si dava a compome lui stèsso. Appena ventenne, se lo contendevano per prediche e conferenze. Stupiva il suo eloquio unito a una mirabile sapienza spirituale.

Così giovane, registrava qualche alto e basso di umore, ma l'immagine che dava era esemplare. Dietro la facciata, un interno non meno sorprendente. Si gettava a capofitto nelle vie della perfezione, rinforzava la preghiera con digiuni fino allo spossamento fisico. Confesserà, poi, di "essere stato un po' esagerato in queste penitenze che soleva chiamare le pazzie di gioventù".

San Francesco all'Immacolata(subito dopo il terremoto del 1908),

dove Padre Annibale indossò l'abito talare l'8 dicembre 1869.

Due poveri, ovvero la verifica del Rogate

Annibale non poneva steccati tra il dire e il fare. Il Rogate, la preghiera per le vocazioni, lo metteva in ginocchio davanti al Signore. Nello stesso tempo, lo portava alla ricerca dei sofferenti, dei ragazzi di strada. Senza dimenticare le altre povertà dell'uomo: l'assenza di Dio e il male di vivere. Due poveri in particolare, in incontri di intenso coinvolgimento, gli precisarono in quale territorio privilegiato doveva verifica-re la risorsa del Rogate.Era ancora diacono, quando, in una giornata invernale del 1878, s'imbattè in un mendicante nella più squallida periferia di Messina. Annibale fruga l'elemosina, tira fuori la moneta, la fa scivolare nelle mani del povero.Si chiamava Francesco Zancone. Lo fissa, aveva sugli occhi grumi disgustosi. Sembrava cecità ed erano croste di sudiciume.Il diacono pensò ad altri offuscamenti, ancora più gravi, ed ebbe un fremito.Il Rogate gli premeva l'anima, impediva vie di fuga. Lì, in quello sgorbio di strada, il "buon Operaio della messe" si sentiva obbligato a dare la verifica concreta dell'intuizione della preghiera per le vocazioni (il Rogate) che come un lampo aveva attraversato la sua adolescenza.Squarcio del quartiere Avicnone di Messina, luogo dove Padre Annibale iniziò il suo apostolato tra i

poveri.«Dove abiti?».«Alle Case Avignone, là verso il torrente Zaèra».«Sai le cose di Dio?».«E chi me le insegna?».Il dialogo ha una pausa. Sapere del dolore altrui è per la condanna, se non ci si coinvolge.«Verrò a trovarti...».Parole forti come il giuramento. Annibale prendeva posizione. Basta con la poesia e la carriera letteraria. Il Cielo approvò con un guizzo di luce.Un secondo incontro avverrà dopo l'ordinazione sacerdotale, che cadde il 16 marzo di quell'anno. Andava per strada, quando vide una ciurmaglia incattivirsi attorno a un mendicante debole di mente. Di scatto, si butta nella mischia, i ragazzacci mollano la preda.Ora il povero è suo. Se lo trascina in casa. Lo conforta, ripulisce e riveste, lo sfama e sistema nel suo letto. Tutto questo faceva con trasporto di fede, pensando che nei poveri c'è Cristo. Maegli ebbe un'illuminazione ben più grande e fu quando, chinatosi a baciare il povero assopito, si ritrovò a baciare, come per sovrimpressione di immagine, il volto divino di Gesù.Fu la rivelazione del povero. Da diacono l'aveva intravisto in Francesco Zancone. Ora gli si svela nella sua più profonda identità. "1 poveri sono Gesù Cristo", scriverà.

"poverelli" del Quartiere Avigimone

Padre Annibale andò per davvero a trovare Zancone al Quartiere Avignone. Si possono immaginare quali dovettero essere le sue riflessioni dal fatto che, dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta il 16 marzo 1878, si reca in arcivescovado con un pensiero fisso: avere carta libera per intraprendere la carriera in mezzo ai "poverelli" di quella periferia. Si narra che a quella richiesta, il cardinale Giuseppe Guari-no fissò il giovane e l'abbracciò commosso: "Lei ci vada, ci vada pure e salvi quei poveretti!".

II quartiere Avicnone.


Ci andò. Ma, all'entrata del luogo, due uomini con facce da boss gli spiattellarono la cruda realtà: "Dove va, Padre? Qui ci vogliono cappuccini con tanto di barba!".Non si curò di loro. Però quelli, con una battuta di cattivo gusto avevano voluto dare un avvertimento minaccioso: erano loro i padroni, sgradite altre presenze. Solo un audace poteva infrangere quella zona franca, dove mai si era azzardato né prete né medico né guardia.Lasciamo a lui la parola. Si noterà nel giro dolente delle frasi un sentimento di compassione che stempera verità amare e copre di pietà uomini e cose:«Nella città di Messina - scrive - esisteva da molti anni un ampio assembramento di catapecchie fabbricato allo scopo di albergarvi ipoveri. Quivi si formò tale un amalgama dei più miseri, mendicanti ed abietti della città, nel massimo scompiglio, disordine, abbandono... Vi era, in ogni catapecchia, ridotta per lo più peggio di una stalla, una famiglia di poveri, se famiglia potesse chiamarsi, dacché non esistevano vincoli né religiosi, né civili, né doverosi rapporti di parentela, ma si giaceva a mo' di bruti. Parecchie malattie agli occhi affliggevano gran parte di quella povera gente, vi si contagiavano i poveri bambini, scalzi, luridi, cenciosi; vi si soffriva la fame con tutti i disagi dell'estrema povertà, giacigli con paglia sporca per terra, e gran quantità di molesti insetti di varie specie, fino a morirne taluni lentamente divorati! Maggiori erano i mali morali. Le fanciulle vi perivano una dopo l'altra inevitabilmente. Nessuno osava mettere piede in quel luogo di tanto abominio».

Chi fermerà il ciclone?

I cialtroni all'ingresso del Quartiere Avignone avevano intonato l'antifona. Ci penseranno poi massoni e borghesi a sfiatarsi contro Annibale Maria Di.... Francia. Rinforzeranno il coro sgraziato certi preti locali di scarso profilo. Non gli perdonavano di essere sceso nelle pozzanghere. Uno della nobiltà storica di Messina tra i miserabili non s'era mai visto.Annibale cambiava le regole. Vangelo alla mano, entrò tra quelle casupole e distribuì i beni che possedeva. Una carezza ai bambini che si rotolavano nel fango, un sorriso alle fanciulle, cibo e biancheria alle famiglie. La sua mamma, Anna Toscano,gli mandava lenzuola e materassi, poiché il figlio aveva preso in affitto uno di quei bassi. Si rammaricava che le sue premure andassero a vuoto, dal momento che lei dava e lui giocava a carico e scarico per aiutare gli altri. La notte si rincantucciava su quattro assi di legno. La sua schiena era collaudata, diceva sorridendo, mentre intorno c'erano vecchi morenti e fragili bambini.Già, i bambini. Non dovevano perdersi in quel fango. Le fanciulle. Non dovevano scivolare nella notte. Al calare delle ombre è cattiva la città, madre snaturata che divora i suoi figli. Senza frapporre tempo, affitta una di quelle casette, la restaura come può, vi raduna una sera i maschietti e un'altra le femminucce. Momenti indimenticabili, erano più che lezioni di catechismo. Venivano a sbirciare anche i grandi, che come il mendicante Zancone non sapevano le cose di Dio.Per il Natale del 1879 organizzò una novena e nella Quaresima preparò la gente alla Pasqua. Nel 1882-1883 trasforma i bassi in rifugi per l'infanzia abbandonata, soprattutto orfani e orfane.Un passo dopo l'altro, lui guadagna spazio. Nel 1885 diffuse la più bella delle sue preghiere vocazionali. Una data storica per la nascente tipografia impiantata nel Quartiere. La stamparono i ragazzi stessi, passati dall'accattonaggio al lavoro. Anche le ragazze erano impegnate in un laboratorio.Quella preghiera ispirata, oggi largamente conosciuta, comincia con l'invocazione: Cuore compassionevole di Gesù... La faceva recitare dai suoi poveri. Non sfugga la gioiosa novità: i "poverelli" di Avignone sono i primi nella Chiesa moderna a levare l'implorazione per i buoni Operai. Da evangelizzati diventano soggetti attivi, con la forza della preghiera che strappa al Signore gli apostoli per gli altari deserti, per le folle, per i bambini «che domandano il pane della vita e non vi è chi loro lo spezzi». Così recita uno dei tratti più toccanti della preghiera del 1885.

T° Luglio 1886: il risanamento di un quartiere

II risanamento del Quartiere Avignone stupisce.

In quel tempo era opinione comune che l'uomo delinquente nasce irrimediabilmente incline al delitto. Il materiale umano di quella periferia sembrava pennellato per una condanna senza appello. Così la pensavano molti sociologi e penalisti. Senonché, lui punta sulla forza della preghiera e della grazia. Checché se ne dica, quando un metodo funziona non ci sono teorie e obiezioni che valgano.Padre Annibale aveva messo su, alla bell'e meglio, una cappella, affittando uno di quei bassi. Ma era una reggia senza re, un trono senza sovrano. Che fa lui? Pensa di qualificarla, ponendovi il tabernacolo e custodendovi la SS. Eucaristia. Non è l'Eucaristia che fa la Chiesa, l'assemblea del popolo di Dio? La plebe di Avignone non era ancora popolo, perché non aveva ancora coscienza di sé. Non potevano dargliela né la borghesia boriosa né i capi della città. L'autenticazione doveva venire dalla certezza di sentirsi voluti e amati da Dio. Un luogo di culto si può aprire da un giorno all'altro. Ci vuole soltanto il consenso del vescovo. Non la pensava così Padre Annibale. Per due anni, fece catechesi, suscitò la sete del «Pane vivo disceso dal cielo» (cfr. Gv 6,51).

Rotativa impiantata da Padre Annibale nel quartiere Avicnone.

Messina, prima del terremoto del 28 dicembre 1908.

Venne finalmente il 1° luglio 1886 e tra le casupole dei poveri prese dimora il Re dei Cieli.

« Quel giorno per noi sarà me-

morabile», scrisse in seguito. Quel giorno, una solenne processione eucaristica mosse dalle case dei poveri verso i palazzi dei ricchi. Le vie del centro assorbirono luce e grazia. Avignone illuminava Messina. Non poteva esserci trasfigurazione più bella. Uomini e donne, vecchi incalliti nel vizio, cantavano al Signore.

Molti capirono.Dai balconi, leggiadre signore fecero piovere fiori e lacrime. Quel giorno, ricchi e poveri s'incontrarono...Il pensiero dominantePadre Annibale si muove sotto la spinta di una grande idea. L'«intelligenza del Rogate» aprì i suoi orizzonti mentali. L'esperienza gli confermò che la causa del Regno di Dio, la missione della Chiesa nel mondo, il cammino di santità dei credenti si legano alle vocazioni numerose e sante e che queste si ottengono con la preghiera. Quando poi egli scese in campo (Avignone fu solo l'inizio di una impressionante geografia percorsa dal nostro Santo), misurò concretamente lo scarto in-colmabile tra le sue braccia di Operaio del Vangelo e l'immensità della messe.Una domanda lo incalzava. Egli cercava una

risposta:«Che cosa sono questi pochi orfani che si salvano, e questi pochi poveri che si evangelizzano,dinanzi a milioni che se ne perdono e che giacciono abbandonati come gregge senza pastore? Consideravo la limitatezza delle mie miserrime forze, e la piccolissima cerchia della mia capacità, e cercavo un'uscita e la trovavo ampia, immensa, in quelle adorabili parole di Nostro Signore Gesù Cristo: "Pregate dunque il Padrone della messe... ". Allora mi pareva di aver trovato il segreto di tutte le opere buone e della salvezza di tutte le anime».Padre Annibale avverte che la preghiera per le vocazioni è un pregare con i gemiti del cuore e con la disponibilità a coinvolgersi in prima persona nella messe. Sintetizza Giovanni Paolo II: «La preghiera del "Rogate..." non è semplicemente una preghiera rivolta a Dio, ma è una preghiera vissuta in Dio: perché concepita in unione col Cuore misericordioso di Cristo, perché animata dai "gemiti"..., perché indirizzata al Padre, fonte di ogni bene».Questa è la preghiera, che deposta, specialmente nella celebrazione dell'Eucaristia, sul Cuore di Cristo, diventa, secondo Padre Annibale, "idea-risorsa". Per essa, e per averla trasmessa alla Chiesa moderna, la sua qualifica di Apostolo riceve un tocco di genialità. Chi è, infatti, Annibale Maria Di Francia? Il Padre dei poveri? Certo. Il fondatore di due Famiglie religiose e di associazioni laicali? Vero. Ma non si è detto nulla se non si illuminano questi e molti altri aspetti di lui con quel Rogate, che è, nella multiforme attività di Padre Annibale, quella che è l'anima per il corpo.

Padre Annibale con un gruppo di ragazzie i primi collaboratori nel quartiere avignone.

È lievito di crescita nell'impa- ta. Gli manca un ancoraggio che sto laborioso di questo post-mo- risolva con la fede, e con la prederno, che non riesce a coniuga- ghiera che l'esprime, quel che re la scienza con i valori della vi- non può l'umana fragilità.

Perché la "grande parola" non faceva notizia?

La gioiosa notizia del Rogate ebbe un percorso difficile nella Chiesa e nella società al tempo di Padre Annibale. Oltre 40 anni di fatiche, ed eccolo ancora a ribattere il chiodo nel 1922 ai Vescovi. La lettera ha per oggetto: «Una grande parola di Nostro Signore Gesù Cristo». L'ennesima proposta del Rogate, la grande notizia che non faceva notizia...

Nello scritto affiora puntuale, come in tanti altri precedenti, la sua amarezza per l'incomprensione, anche degli uomini di Chiesa, verso il Rogate: «È cosa che ha del mistero...».Questo giudizio è significativo. Dopo una vita spesa, al Padre Annibale pareva di stare punto e a capo. E dovette ricordare quando, nel lontano 1902, aveva scritto al cardinale Casimiro Gennari: «Con mio grande dolore e di tutti i miei, non abbiamo potuto finora ottenere che anche per un momento fosse richiamata su questa minima Opera, in grazia del suo santo scopo, la sovrana attenzione del Sommo pontefice, del Vicario di Gesù Cristo».

Si coglie nell'espressione il suo orgoglio per la "grande parola", che sentiva come il carisma più suo, il valore che a tutte le fatiche tra i poveri e gli orfani conferiva una qualifica originale. Egli e le sue due Congregazioni avevano assunto il Rogate, la preghiera incessante al Padrone della messe per il dono degli evangelizzatori numerosi e santi, con voto speciale. Valeva bene il dono della vita quella «divina parola la cui propaganda può essere oggi di grande bene alla Santa Chiesa».

La fede di Padre Annibale nel Rogate nasce da un duplice ordine di considerazioni. La prima considerazione è l'origine divina di esso, parola del Cristo, «sublime sintesi che racchiude innumerevoli misteri, e dalla quale si possono trarre molteplici salutari applicazioni». Egli non riesce a capacitarsi come la Chiesa possa trascurare quella parola. La seconda

osservazione è collegata ai fatti. L'esperienza ha mostrato a lui, fin dall'adolescenza, la dolente vetrina dei mali sociali. Chiesa povera di vocazioni autentiche, società in crisi di valori. E qualche sociologo definiva, già allora, la nostra civiltà come la progressiva disumanizzazione della persona.Padre Annibale pone ad argine la questione voeazionale. Vi pone alla base il mezzo primario della preghiera. E non si ferma, ritiene buon Operaio ogni persona senza distinzione di stato e professione.Eppure, Padre Annibale trovò con suo stupore che la preghiera per le vocazioni era completamente out tra i fedeli. «Ah scriveva- si fanno preghiere per la pioggia, per le buone annate, per la liberazione dai divini flagelli, e per cento argomenti umani e si tralascia di pregare il Sommo Dio, perché mandi i buoni Operai evangelici alla mistica Messe">>

Pio IX, il primo Papa che ha ricevuto in udienza privata Padre Annibale.

Il questuante dei poveri e una madre col pane

Se ne andava a questuare. Doveva provvedere a un asilo, a due orfanotrofi, a scuole e labo-ratori. Lavorare per mantenersi, era la sua filosofia; ma la cosa funzionava con i grandicelli, non con i bambini.Scarpinava per la città e i villaggi. Tendeva la mano. Assorbiva i rifiuti, i giudizi, le ingiurie. Lui non chiudeva le porte, i poveri accorrevano da ogni parte, ta-lora morenti di fame.Le porte le chiudevano a lui. Debiti, solitudine e precarietà lo angustiavano, tanto che provò di affidare l'Opera a qualche congregazione di suore. Tuttavia cominciarono ad arrivare le prime aspiranti. Quattro di loro nel 1887 indossarono l'abito religioso. È questo l'anno di nascita delle Figlie del Divino Zelo. Nel 1897 sarà la volta dei Rogazioni-sti del Cuore di Gesù.Il colera del 1887 calò funesto su tutta Messina mietendo migliaia di vittime. Molti fuggivano. Padre Annibale resta nella sua trincea, accanto ai poveri. La città è un ingombro di languenti ai lati delle vie, un brulichio di gente stravolta.Ma c'è una madre, Susanna Consiglio. Ha già versato lacrime amare, e ora si stringe al cuore i figli superstiti. Quando la speranza è perduta, si inventa un atto d'amore per i figli che non sono suoi, ma che sente suoi: gli orfanelli di Avignone. Prega Sant'Antonio, cui sono cari i bambini soli. Lo coglie sul debole, promettendo di sfamare quelle creature, se scamperà con i suoi all'epidemia. Una mattina, si presenta un giovane, consegna una busta anonima con 60 lire e la dicitura: Pane per gli orfanelli di Sant'Antonio. Poi sparisce, sicché Padre Annibale non sa chi ringraziare. Quel rituale si ripete a scadenze e così si vienea sapere di Susanna Consiglio. Era nata la devozione del Pane di Sant'Antonio, che tanto bene doveva compiere fino ai nostri giorni. Il riscatto di molti poveri si lega in effetti anche alla devozione antoniana moderna, di cui Padre Annibale diventò promotore geniale.

Processione in onore di Sant'Antonio da Padova, proclamato da Padre Annibale Titolare dei suoi Istituti, per questo detti "Antoniani".

L'onda anomala della discordia

Le contrarietà che si abbatterono sull'Opera nel decennio 1890-1900 rischiarono di schiacciarla. Nei 1893 Padre Annibale cadde in una grave sindrome nervosa, e si temette per lui, tanto che l'Arcivescovo invitò la città a uno slancio di solidarietà,perché non andassero perdute imprese tanto benefiche.Fu una schiarita di sole l'apertura di un secondo polo di sviluppo, l'Istituto femminile, allogato nell'ex-monastero dello Spirito Santo, poco distante dal Quartiere Avignone. Sarà la Casa Madredelle Figlie del Divino Zelo. Vi funzionavano scuole e laborato-ri, e tutto faceva ben sperare.Ma venne il 1896-1897, il biennio tempestoso. In un gruppo di persone consacrate, la discordia interna è una nefasta onda anomala. Questa si annunzio con una prima irruzione in un episodio di resistenza alla supe-riora, determinandone la destituzione. Tornò poi funesta nell'inverno del 1897, e fu la spaccatura della Comunità. Le suore dissenzienti attaccarono questa volta i metodi di formazione e lo stesso Fondatore, fino a prendere una decisione estrema. Attesta il biografo Padre Francesco Vitale: «Evasero di notte dall'Istituto, e si recarono in un paese vicino con l'intento...di poter recare una riforma alla Comunità, impiantando altrove una specie di noviziato».

 

Ma la gran parte rimase fedele, capeggiata da Suor Nazarena Majone, che diventerà la discepola prediletta del Santo, prima Madre Generale della Congregazione femminile. Il 20 dicembre

2003 la Chiesa ha emesso il decreto di eroicità sulle sue virtù e l'ha dichiarata venerabile.

Era appena passata la tempesta, quando un fatto in sé stesso irrilevante ebbe un contraccolpo dirompente. La fuga di un'or-fanella determinò da parte dell'autorità ecclesiastica la dichiarazione, certamente sproporzionata, di soppressione dell'Istituto femminile.

Torna Padre Annibale, assente da Messina. Si rende conto della cosa, ma si fida di Dio. Il drastico decreto viene sospeso e la vita può riprendere. Ma egli si mise in treno, raggiunse Galati-na (Le), dove viveva una pia donna Era Melania Calvat, la veggente che nel 1846 aveva visto la Madonna sul monte de La Salette in Francia. La convinse a scendere a Messina, Per un anno dirigerà l'Opera femminile e, quando andrà via, nell'ottobre del 1898, consegnerà al Fondatore e alla nuova supe-riora, Madre Nazarena, una Comunità di religiose docili a Dio e confermate nella vocazione.

Primo gruppo generale delle Figlie del Divino Zelo, con Padre Annibale

e Melania Calvat (1897). Nell'altra pagina: Madre Nazarena Majone,discepola fedelissima di padre

Annibale, prima Madre generale delle Figlie del Divino Zelo (1869-1939).

Gli anni d'oro del Rogate: 1897-1901 ì-

Non fu per niente d'oro il periodo che inquadriamo, anzi portò miseria e fame. Infierì una persistente carestia a livello nazionale, che mise a dura prova l'Opera. Nell'agosto del 1899, un Padre Annibale a dir poco sfiduciato esponeva al Comune di Messina la situazione e concludeva: «Stanco e affranto sono spesso al procinto di desistere dalla mia umanitaria impresa».Furono d'oro, invece, i felici progressi del Rogate, il messaggio che dominava i suoi pensieri.Dieci anni dopo le Figlie del Divino Zelo, vede nascere nel maggio del 1897 i Rogazionisti del Cuore di Gesù. Quattro giovani vestono l'abito di religiosi Coadiutori. Portano cucito sulla talare l'emblema che li contraddistingue: un cuore stampato su tela con l'iscrizione: «Rogate ergo Dominum messis (pregate il Padrone della messe)...».

Il 22 novembre 1897 Padre Annibale istituisce la "Sacra Alleanza" per sensibilizzare il clero sulla necessità di obbedire al "comando" di Gesù e per spronarlo a promuovere e diffondere la preghiera per le vocazioni.Molti sacerdoti, vescovi, cardinali, aderiscono con entusiasmo. Per diffondere tra i fedeli la preghiera per le vocazioni, istituisce parimenti, l'8 dicembre 1900,1' "Unione di preghiera per le vocazioni", associazione madre che ha ispirato e sostenuto tante altre similari sorte fino ai nostri giorni in ogni parte del mondo.Il nostro Santo, peraltro, non si fermò lì. Mirava a portare il Rogate nel cuore della Chiesa. Nelle sue frequenti incursioni in Vaticano, espose personalmente a diversi pontefici il problema.Cominciò con Leone XIII (1878-1903), scrivendogli e ricevendone lodi per le opere caritative, non per il Rogate che invece gli premeva. Gli andò meglio con Pio X (1903-1914), il quale recepì con ammirazione il messaggio, concedendogli di inserire nelle litanie dei santi l'invocazione per le vocazioni, limitatamente ai suoi Istituti. Ricevuto in udienza da Benedetto XV (1914-1922), espose con passione l'argomento ed ebbe la gioia di sentirsi rispondere: «Io sono il primo Rogazionista!». Proprio a questo mirava lui: a che il comando espresso da Cristo (Rogate...) impegnasse per primo il Pastore supremo della Chiesa. Infine, Pio XI (1922-1939) ebbe a definire la pastorale delle vocazioni «L'opera delle opere». Equivaleva a un giudizio lusinghiero anche sul Rogate.

Padre Annibale con il primo gruppo di rogazionisti. In alto: San PioX.

II Comune di Messina da la caccia ai poveri

Si dice che la realtà supera certe volte l'immaginazione. Ce lo fanno pensare due episodi, dell'estate 1899 e del 1902. Protagonista in negativo il Consiglio Comunale di Messina. Nel primo caso, emise una delibera che dichiarava fuorilegge i mendicanti sorpresi a tendere la mano per strada. Nel secondo, negò agli orfani di Padre Annibale il sussidio di mille lire.La delibera infausta del 1899 fu subito chiamata "La caccia ai poveri". Tale era: guardie municipali, sguinzagliate per le vie, trascinavano in prigione i poveri diavoli sorpresi a elemosinare. Padre Annibale prese posizione. Scrisse una difesa appassionata dei poveri, la inviò ai giornali cittadini, sollevò l'opinione pubblica. I responsabili, in fretta e furia, revocarono la delibera e i poveri, come lui aveva auspicato, tornarono per le strade a mangiarsi in pace il pezzo di pane che la carità di Gesù Cristo e la solidarietà umana non negano agli infelici.Egli rovesciava quella delibera: "Cercate i poveri". La sua caccia aveva il sapore delle beatitudini.Intorno al ferragosto del 1902 troviamo Padre Annibale nell'aula consiliare. All'ordine del giorno c'è il dibattito sulla sua richiesta di un sussidio di mille lire per gli orfani. Rincantucciato in un angolo, snocciolava avemarie, mentre la discussione degenerava in critiche al suo metodo educativo, in giudizi sulla sua missione sacerdotale e in insulti aperti. Egli tacque, la sua umiltà lungamente esercitata lo garantiva contro quelli e peggiori affronti.Non l'affronto personale amareggiò Padre Annibale, ma il rifiuto d'un pane ai bambini soli al mondo. Sotto l'urto psicologico dell'avvenimento, compose la più bella delle sue poesie. È conosciuta dal verso «Io l'amo i miei bambini...». Lui stesso porge una chiave di lettura, avvertendo: «È una rievocazione delle povere fatiche per la salvezza degli orfani derelitti».

Il terremoto del 1908: dalle macerie la vita

Poco più di 30 secondi. E Messina fu un cumulo di macerie con 80 mila morti, le case, le chiese e i palazzi scardinati. Le lancette si fermarono alle 5.20 di quel 28 dicembre 1908.Padre Annibale era a Roma. Seppe dai giornali, restò tramortito: «Mio Dio...I miei figli!».Scende a Napoli, sale sulla prima nave e il 31 dicembre è davanti al porto di Messina. Fra la distesa di rovine, cerca disperatamente con gli occhi i suoi Istituti, le Case Avignone, la cattedrale. Nulla. Tutto scomparso. La città è un ammasso di calcinacci, mozziconi di muri. Piange e benedice.Non si abbatte. Il cataclisma s'era beffato delle sue fatiche. Il Signore ci guiderà. Stettero per un mese accampati sotto tende di tela. Ma il freddo pungeva, i bambini tremavano.Nel gennaio-febbraio 1909, una mesta carovana di profughi confluisce da Avignone e dallo Spirito Santo verso la stazione ferroviaria. Con Padre Annibale ci sono i suoi religiosi, le suore e le numerose sezioni degli assistiti. Spopolano, trascinano i miserandi avanzi della tragedia: biancheria strappata alle macerie e poche care reliquie di una vita ormai sepolta. Il treno li trasferì a Francavilla Fontana e a Oria, in provincia di Brindisi, dove furono accolti con generosità dal vescovo, monsignor Antonio Di Tommaso, e dalla popolazione. Furono giorni convulsi, anche lì, perché occorreva adattarsi e soffrire ancóra. Ma c'era in tutti un gran desiderio di rinascita.Tra il 1909 e la grande guerra (1915-1918) sorsero in Puglia numerosi Istituti antoniani (ormai questa denominazione si era consolidata), sicché il Fondatore potè innalzare il pensiero alla Provvidenza che tramutava in bene tanta sventura. Da Oria e da Francavilla, l'Opera si estese a Trani, Altamura, Gravina. Non ci si dedicava solo agli orfani e alle orfane. Vi si aprivano esternati per ragazze del popolo, labora-torì, tipografie, centri di formazione per gli aspiranti delle due Congregazioni.L'alto profilo spirituale di Padre Annibale sedusse don Luigi Orione al suo arrivo a Messina nel 1909, dove restò per un triennio, inviato da Pio X con compiti ispettivi sulla ricostruzione del dopo terremoto.

 

Messina distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908.

Vedersi e riconoscersi buoni Operai nel campo di Dio fu tutt'uno.La loro amicizia durò una vita... e dopo, dal momento che la Provvidenza li ha voluti santi sugli altari nello stesso giorno, il 16 maggio 2004. Con i buoni uffici di don Orione, Padre Annibale ebbe da Pio X una chiesa-baracca, piantata tra i poveri del Quartiere Avignone.Sulla facciata c'era scritto: Rogate Dominum Messis (Pregate il Padrone della messe). La "grande parola" di Cristo saliva sulla più umile ribalta che si possa immaginare. Padre Annibale guardava commosso. Nel 1921 porrà mano al Tempio del Rogate, grido d'amore scolpito nella pietra.Sempre sotto esame: ma quello del 1926 fu da... brividi 1

Si avvicinava al tramonto. Tra il 1924 e il 1925 si era impelagato nella fondazione più desiderata, la Casa di Roma, oggi fervido centro educativo e di cultura, Casa Generalizia delle Figlie del Divino Zelo. Ne era tornato con una grave forma di pleurite degenerativa. Ora, benché infermo, seguiva il recente esternato aperto a Torregrotta (Messina), il Tempio del Rogate (Santuario Sant'Antonio), ormai pronto sull'area di Avignone e tante altre iniziative. Ma lo attendeva l'ultima terribile prova.

Il 25 febbraio del 1926 si presentò ad Avignone un alto Prelato di Roma, monsignor Francesco Parrillo. Aspetto severo, portamento distaccato, parole misurate. Lo mandava la Santa Sede con compiti ispettivi sull'Opera, della quale avrebbe riferito in Vaticano.t'Opera tremò. Le esperienze del passato si ripresentavano alla mente con vivi tratti e accrescevano l'angoscia presente. La critica corrosiva, i pregiudizi di certo clero locale erano giunti fino in Vaticano? E l'Autorità ecclesiastica poteva mai abboccare senza sentire l'altra campana?Il Monsignore prese visione minuziosa dei locali di Avignone e dello Spirito Santo. Esaminò regole, condizioni finanziarie, formazione religiosa, metodo educativo. Padre Vitale, che sostituiva il Fondatore malato, non staccava il suo sguardo da quello dell'ispettore, e vi leggeva un'aria sospettosa.Il Prelato termina la visita e se ne va ospite al Seminario arcivescovile. L'indomani Padre Vitale, col pensiero attraversato da oscuri presagi, corre a parlargli. Macché! Al vederlo, il Monsignore gli va incontro. È come turbato, la sua voce è dolcissi-ma:«Sa..., io ero venuto con l'intenzione di fare abolire le Opere del Padre Di Francia... Andai a letto restando nella mia convinzione, ma non potei chiudere occhio: avevo dinanzi a me la figura di un Santo, di uno che mi diceva: Dio è con me!».Dopo giorni, giunse dal Vaticano un giudizio lusinghiero sul Fondatore e sull'Opera. Fu la fine di un incubo. Il 6 agosto Padre Annibale vide approvate ufficialmente le due Congregazioni."Andiamo a vedere il Santo che dorme.Il 20 febbraio del 1927, un Padre Annibale in grave stato fisico celebra la sua ultima messa. Intorno a lui, un via vai di figli e figlie, l'Arcivescovo, le autorità. Pregano per lui, e lui riesce a sorridere ancora. Dice che intende stornare sui morenti più dimenticati le implorazioni che si fanno per lui. Nel mese di maggio è trasportato sulla collina della Guardia, stupenda balconata sullo Stretto, dimora a lui cara dalla gioventù per il silenzio dei boschi che gli conciliavano pensieri più alti.Lì, in un'ora di dolcissimi presagi, ebbe la visione della Vergine Maria nelle fattezze di Bambina. L'indomani, all'alba del 1° giugno, lasciava questa terra.Quando frugarono nelle sue cose, trovarono biglietti con tanti nomi: monasteri da soccorrere, poveri e povere famiglie, nobili decaduti, disoccupati, la stupefacente geografia del suo cuore in fiamme.La notizia destò fremiti in città, nella diocesi, nell'intera Sicilia e molto più in là. Dicevano: "Andiamo a vedere il Santo che dorme...". I funerali furono un trionfo. E rimbalza fino a noi, tra le molte, la voce dell'arcivescovo Angelo Paino: «O poveri di Messina, voi che da lui aveste un pezzo di pane, voi che aveste da lui asciugate le lacrime, potete non piangere? Tutta Messina si sente orfana in questo momento... O Santo, noi che di te non sappiamo privarci, a te raccomandiamo noi e la nostra città... Tu di là prega, noi di qui grideremo forte: Gloria, gloria, gloria, gloria... Tu risponderai: Carità, carità, carità».La fama di santità di Padre Annibale indusse ad aprire il processo di canonizzazione, il 7 ottobre 1990 Giovanni Paolo II lo proclamava Beato e il 16 maggio 2004 lo ascriveva nell'albo dei santi. Due miracoli hanno accompagnato questi eventi. Per la beatificazione, la guarigione della piccola brasiliana Gleida Danese; per la canonizzazione, ancora una bambina, la filippina Charisse Nicole Diaz.

 

TRATTI DI UNA PERSONALITÀ STUPEFACENTE

Gli atti processuali definiscono Sant'Annibale un «contemplativo in azione». Non è tutto, ma è la chiave di volta: la preghiera, e lo spirito di preghiera, quale sostrato di ogni suo movimento. «Fate tutto con la preghiera», diceva. Quel tutto era veramente la globalità della vita. Il globale pregare lo apriva alla devozione, una forma congeniale agli umili, tra i quali si spendeva la sua vita. Tuttavia, non restava soffocato nella ragnatela del devozionalismo. La sua era la preghiera portata nella vita e la vita trascinata nella preghiera. La Santissima Vergine, i santi erano i suoi modelli. Quando li invocava, li metteva in fila dietro l'unico mediatore, Cristo, e la meta che è Dio.Ma c'è, radicata in lui, una preghiera specifica e carismatica, che si suole condensare col termine Rogate. È qui il suo scatto, il sigillo alla sua figura di apostolo geniale nel mondo d'oggi.La si è vista, questa preghiera, fare da asse portante della sua spiritualità, della sua santità e del suo apostolato. Padre Anni-baie è l'Apostolo del Rogate, il santo inviato alla Chiesa a ricordarle che occorre pregare per chiedere vita per sé stessa e rigenerarsi di buoni Operai per la sua missione.Gli lacerava l'anima la deriva della cultura dalla fede. Metteva allora il suo cuore nel Cuore di Cristo, il suo sguardo nello sguardo di Cristo. Con gli occhi dell'infinito, vedeva oltre il piccolo pezzo di una periferia urbana, dove sperimentò dapprima le povertà delle folle.

Si ricorderà la domanda che egli si poneva: «Vi era da riflettere : cosa sono questi pochi orfani che si salvano, e questi pochi poveri che si evangelizzano, dinanzi a milioni che se ne perdono...?».Il Rogate è, per lui, la grande via d'uscita. Esso colma lo scarte tra la pochezza del buon Operaio e l'abbondanza della messe.Pregare per le vocazioni, ministeriali primariamente, ma anche laicali, è come trovare la leva per venire a capo di un problema umanamente inestricabile. Esortava a porre la preghiera del Rogate soprattutto nell'Eucaristia, il luogo privilegiato della presenza di Cristo, Sommo Sacerdote, che insieme alla Chiesa sua sposa prega il Padre che susciti apostoli santi.Ma non basta. Padre Annibale scongiura altresì a porre la preghiera come mezzo insostituibile e pregiudiziale al felice esito della questione vocazionale. Indica, cioè, il primato della preghiera nella pastorale vocazionale. La preghiera, egli diceva, non è un mezzo, ma il mezzo della pastorale delle vocazioni.Sant'Annibale ci ha messi in ginocchio, ha inserito la nostra fragilità nel circuito onnipotente della preghiera per le speranze della Chiesa e per un mondo da ricapitolare in Cristo.

La consegna del suo messaggio

Padre Annibale Di Francia Giovane Sacerdote

Un dato che fa riflettere: i poveri, "sacramento" della presenza di Cristo, furono i primi destinatari del messaggio della preghiera per le vocazioni. Essi accolsero per primi e vissero il "comando del Rogate".Il Quartiere Avignone fu il primo altare del Rogate e il pulpito più efficace per dilatarlo al mondo.Padre Annibale registrava con lucida coscienza la felice novità: ai miserabili di quei tuguri svelava il divino comando del Rogate, della preghiera per le vocazioni, e per loro mezzo «richiamava su di esso l'attenzione della Santa Chiesa».La consegna del messaggio avviene in seguito sul piano istituzionale con la fondazione delle due Congregazioni: le suore Figlie del Divino Zelo e i Rogazionisti del Cuore di Gesù.Le due famiglie religiose sono oggi presenti in tutto il mondo con il loro apostolato specifico: centri di spiritualità vocazionale e di diffusione della preghiera per le vocazioni, missioni, parrocchie e santuari, scuole di ogni ordine e grado, collegi, istituti per portatori di handicap, case-famiglia per minori, per madri in difficoltà, per persone anziane, centri sociali per l'accoglienza e la cura di poveri ed emarginati, centri nutrizionali e per la cura della salute.L'esperienza spirituale di Padre Annibale e la sua speciale missione, fin dalle origini, sono state condivise dai laici, a cui egli ha rivolto particolare attenzione e cura. Oggi numerosi laici, uomini e donne, vivono lo spirito del Rogate nella Chiesa, in forma privata o associata. Nell'esperienza associativa sono coinvolti soprattutto i giovani e le famiglie. Tra le associazioni laicali vi sono le Missionarie rogazioniste, donne che vivono la consacrazione nel mondo attraverso la professione dei consigli evangelici.Sacerdoti, religiosi, suore, consacrate laiche e laici, ex-allievi delle due Congregazioni formano la Famiglia del Rogate, impegnata a vivere e a diffondere la preghiera per le vocazioni e l'amore per il prossimo più bisognoso. L'"Unio-ne di preghiera per le vocazioni", è la "casa comune" della Famigliadel Rogate. Di essa possono far parte i battezzati che vogliono impegnarsi stabilmente a pregare e collaborare per le vocazioni.Il sogno-profezia di Padre Anni-baie fu di vedere il Rogate, la preghiera incessante al Padrone della messe per il dono degli operai della messe, accolto ufficialmente dalla Chiesa. Quell'anelito ha avuto la sua consacrazione più ampia e solenne nel 1964, quando Paolo VI ha istituito la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Il messaggio di Sant'Annibale Maria Di Francia è ormai dentro la coscienza ecclesiale. La Chiesa, innalzando agli onori degli altari colui che ne fu l'apostolo, volge a lui lo sguardo e lo implora intercessore davanti al Signore della messe per la più urgente grazia, di cui questo inquieto post-moderno ha tanto bisogno: «Manda, o Signore, evangelizzatori, apostoli, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, mandali numerosi e santi».

il 16 maggio 2004.PER SAPERNE DI PIÙ

PER SAPERNE DI PIÙ VITALE F., Canonico Annibale Maria Di Francia nella Vita e nelle Opere, Messina 1939, Editrice Rogate, Roma 1994.

PAPASOGLIG. - TADDEIT., Annibale M. Di Francia, Casale Monferrato 1958. PESCI G., Gli uomini non possono attendere, Salani, Firenze 1958.

TUSINO T., Non disse maino. P. Annibale M. Di Francia, Roma 1966. PRONZATO A., Non hanno più pane. Profilo biografico di Padre Annibale Di Francia, Gri-baudi, Torino 1977.

SCELZO A., Padre Annibale M. Di Franeia. Una vita copiata dal Vangelo, Editrice Rogate, Roma 1991.

CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI, Annibale Maria Di Francia. Biografia, Editrice Rogate, Roma 1994.

CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI, Annibale Maria Di Francia. Le virtù eroi-che, Editrice Rogate, Roma 2000. BOLLINO N., I luoghi di Padre Annibale, Roma 2004. BERTRAN D., I Santi non sono esseri strani, Editrice Rogate, Roma 2004. PASSARELLIG., Padre Annibale un sogno di Dio, Editrice Rogate, Roma 2004. DI CARLUCCIO L., Annibale Maria Di Francia - Santo per ipoveri di pane, per ipoveri di Dio, Editrice Rogate, Roma 2004. PELOSO F., Un santo per oggi. Annibale Maria Di Francia, Editrice Rogate, Roma 2004.

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