Questa testimonianza, scritta da una sorella del gruppo "Gesù Buon Pastore" per lanciare un messaggio alle tante donne che non hanno saputo o potuto accettare una maternità o che ora si accingono a fare un atto che peserà su di loro per tutta la vita, è già stata pubblicata, sebbene in forma più sintetica, nel libro "Ma questo è un figlio. Testimonianze di donne vittime dell'aborto" (pp. 71-73), pubblicato a cura di Giuseppe Garrone, Responsabile nazionale del "numero verde S.O.S. VITA", in occasione del Ventennale della legge 194/1978 (Piero Gribaudi Ed., Milano 1998).

Quinto: non uccidere!
(Es. 20, 13)

All'età di 35 anni, dopo la nascita del mio primo figlio, ebbi un forte peggioramento della coxartrosi di cui soffrivo da anni e dovetti subire due interventi chirurgici ad entrambe le anche, affrontando una lunga odissea di degenze ospedaliere e conseguente dolorosa riabilitazione, proprio nel momento in cui il bambino più abbisognava delle mie cure.
La maternità fu quindi amareggiata dalle mie debilitate condizioni fisiche che, a detta dei medici, sconsigliavano un'altra gravidanza.Quando perciò, quattro anni dopo, mi ritrovai nuovamente incinta, nonostante mi fossi ristabilita, non ebbi il coraggio di affrontare una nuova maternità. Allora lavoravo, mi sentivo stanca anche psicologicamente e sapevo di non poter contare sull'aiuto di mio marito. Gli uomini, non tutti per fortuna, in queste cose sono spesso assenti e pensano che il problema sia solo nostro, così come la cura e l'educazione dei figli.

 


Non fu una decisione sofferta: era permeata dalla mentalità del mondo, secondo la quale la cosa più importante è vivere per se stessi e dalla cultura dominante, per cui un embrione non è che "un grumo indifferenziato di cellule", perciò zittivo la debole voce della mia coscienza che mi sussurrava che le cose non stavano così.Dopo l'aborto provai solo una sensazione di sollievo, di scampato pericolo e pensavo che tutto finisse lì. Trascorsi circa otto anni di profondo buio spirituale: sebbene sentissi crescere lentamente in me un senso di malessere angoscioso, non provavo nessun rimorso, nessun pentimento.Ma il Signore non mi aveva abbandonata e, per le vie misteriose della Grazia, ad un tratto il mio cuore indurito si risvegliò alla fede: ritrovai con immensa gioia il senso della vita e la bellezza dei valori cristiani. Conobbi il Rinnovamento nello Spirito e nel Seminario di "Vita Nuova nello Spirito" sperimentai per la prima volta che cosa significa fare un incontro personale con Gesù: mi sentii accolta nella Chiesa come figlia amata e la luce della Sua Parola cominciò ad illuminare progressivamente i miei peccati. Dopo l'inizio della conversione la consapevolezza del peccato matura lentamente ed è accompagnata da un doloroso travaglio interiore che Dio Padre nella Sua misericordia sa dosare nel modo e nel tempo giusto. Confessai l'aborto ma questa cosa rimaneva ancora, in un certo senso, all'esterno di me, un errore, certo, ma umanamente giustificabile.Il risveglio avvenne all'improvviso, durante la Convocazione Nazionale del RnS, che si svolge a Rimini ogni primavera: quell'anno si trattò il tema della vita nascente e dell'aborto e, al termine della sessione, un cantautore concluse con una canzone in cui il bambino parla alla mamma con parole dolcissime e dolenti, di cui ricordo solo il senso: "Mamma, non uccidermi! Lasciami vivere dentro di te, fammi sentire il battito del tuo cuore, la tua voce, il tuo calore! Non uccidermi!".Qualcosa di enorme esplose dentro di me e capii.

Un dolore straziante, un orrore di me stessa, un pianto inarrestabile in cui scorrevano tutte le lacrime che non avevo versato nei lunghi anni di paralisi spirituale che avevo vissuto dopo l'aborto.
Nella grande assemblea migliaia di donne piangevano, forse, come me, si erano risvegliate all'improvviso e avevano capito.

Sono trascorsi molti anni: la fede mi ha aiutata a ritrovare la pace, ho battezzato la bambina, so che è un angelo tornato tra le braccia del Padre, ma ogni tanto il dolore si risveglia e ricomincio a piangere, come sto facendo in questo momento.

In seguito ho lavorato in un Centro di Aiuto alla Vita per stare accanto alle donne ferite, come me, da un dramma in cui sono sole ad assumersi la responsabilità ma anche per aiutarle a credere che in Gesù è possibile perdonare se stesse e ritrovare la speranza perchè Egli fa nuove tutte le cose.

Piera

 

Prof. Giorgio Nicolini
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