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INFERNO
Oggi ci sono tanti che non credono all’Inferno perché lo
credono incompatibile con la bontà di Dio. Ebbene facciamo qualche
riflessione.
Dio non voleva l’inferno
Nella preghiera del «Padre Nostro», insegnata da Gesù
agli Apostoli, noi chiediamo a Dio che sia fatta la volontà sua,
che è volontà d’amore. Ora se fosse stata fatta
la sua volontà, tutta quanta la sua volontà, l’Inferno
certamente non ci sarebbe stato, perché Dio, Amore Infinito,
vuole soltanto la felicità delle sue creature angeliche e umane,
che dotò del dono straordinario della libertà.
Se Satana con i suoi angeli, invece di ribellarsi a Dio, avesse fatto
la sua volontà, l’Inferno non ci sarebbe stato. Quindi
la responsabilità dell’esistenza dèll’Inferno
non si può attribuire alla volontà divina.
Se Adamo, capostipite dell’umanità, non si fosse ribellato
a Dio, ma avesse fatta la sua volontà, non ci sarebbero sulla
terra dolori e morte, come ci dice la Sacra Scrittura (Sap. 1,13 e 2,24):
«La morte non è opera di Dio, né Egli gioisce che
i vivi debbano morire... Dio ha creato l’uomo per l’immortalità,
ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo»
(che riuscì a sedurre Eva e Adamo facendoli ribellare a Dio).
Ora se la morte fisica dell’uomo è contro la volontà
di Dio, a maggior ragione è contro la sua volontà e la
«seconda morte (Ap. 21,8)» cioè la morte spirituale
che è l’inferno.
Per capire meglio fino a qual punto Dio non vuole l’Inferno, basta
pensare a Gesù Crocifisso, il quale aveva affermato (Giov. 4,34):
«Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha
mandato a compiere la sua opera». Ora se l’Inferno fosse
voluto dal Padre, Gesù Cristo non si sarebbe sacrificato sulla
croce proprio per chiudere davanti a noi la porta dell’Inferno
e per riaprirci quella del Paradiso.
Dio, Amore Eterno e Infinito, ci ha creati — come ci dice il Catechismo
— per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e per goderlo
poi nell’altra, in Paradiso. Quindi non ci ha creati per l’Inferno.
Dio è Amore, mentre l’Inferno è odio, è la
negazione dell’amore, perciò Dio non può averlo
voluto per ché non può rinnegare se stesso: Amore eterno
e infinito. Di conseguenza l’Inferno viene da ciò che si
oppone alla volontà di Dio: il peccato degli Angeli e degli uomini
ribelli.
Tra il peccato del demonio, però, e quello dell’uomo c’è
una differenza enorme. La ribellione dell’uomo (composto di spirito
e corpo) partecipa dell’instabilità della nostra condizione
terrena, molto influenzabile da falsi beni: oggi offendiamo Dio, domani
ci pentiamo e ritorniamo a Lui, proprio perché ci troviamo nella
flui dità del tempo.
L’angelo invece (puro spirito senza corpo) non è soggetto
a mutabilità. La scelta della sua volontà è immutabile,
irrevocabile: Satana ha scelto la ribellione a Dio, egli non si pentirà
mai del suo peccato.
Quello che è accaduto all’angelo ribelle accadrà
purtroppo anche all’umo che si ostina nel suo peccato fino all’ultimo
istante della sua vita terrena, perché, uscito con la morte,
dalla mutevolezza del tempo, entrerà nell’immutabilità
eterna.
Perciò l’Inferno è conseguenza esclusiva dell’opposizione
definitiva alla volontà divina, generatrice di pace e felicità
eterna. Per questo il Santo Curato d’Ars, San Giovanni Viannej,
diceva: «Non è Dio a dannarci, siamo noi con i nostri peccati.
I dannati non accusano Dio, ma accusano se stessi».
Dio vuole salvare tutti (1 Tim. 2,4): «Dio vuole che tutti gli
uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità».
Però, avendoci dato il dono della libertà, vuole la nostra
collaborazione. Dio vuole che il peccatore si converta e si salvi, per
cui lo chiama e richiama continuamente per fargli lasciare il peccato
e arricchirlo della sua grazia. Ma se il peccatore, fino all’ultimo
istante della sua vita terrena, disprezza, rifiuta la misericordia di
Dio, che l’invita al pentimento, e rimane ostinato nel suo peccato,
andando all’Inferno, di chi è la colpa? Di Dio o del peccatore?
Evidentemente del peccatore.
Un giorno Gesù, dopo aver mostrato l’Inferno a Suor Benigna
Ferrero, anima mistica morta in concetto di santità, le diceva:
« Vedi, Benigna, quel fuoco!... Sopra a quell’abisso io
ho steso, come un reticolato, i figli della mia misericordia, perché
le anime non vi cadano dentro. Quelle però che si vogliono dannare,
vanno lì per aprire con le proprie mani quei fili e cadere dentro
e una volta che vi sono dentro neppure la mia bontà le può
salvare. Queste anime sono inseguite dalla mia misericordia molto più
di quanto sia inseguito un malfattore dalla polizia, ma esse sfuggono
alla mia misericordia!». Esistenza dell’inferno
A - La Sacra Scrittura al riguardo è
categorica. Qualche citazione.
1) Nel Giudizio Universale, Gesù Cristo (Mat. 25,41 e 46) dirà
ai cattivi: « Via da me, maledetti, nel fuoco eterno (cioè
l’Inferno) preparato per il diavolo e i suoi angeli.., ed essi
andranno al supplizio eterno».
2) In Mat. 10,28, Gesù dice: «Non abbiate paura di quelli
che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima;
temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire e l’anima
e il corpo nella Geenna (cioè l’Inferno)».
«Geenna o Gehenna» è voce composta da «ghe
= valle» ed «Hennon» = nome del padrone di una valle
ai piedi del Sion e dell’Ofel, presso Gerusalemme, nella quale
gli ebrei, caduti nell’idolatria, offrivano i loro figli a Molok,
falsa divinità sacrificandoli nel fuoco. Il re Giosia, tolta
via quell’orribile superstizione idolatrica, per rendere il luogo
più abbominevole, ordinò che vi fossero gettate le immondizie
della città ed anche i cadaveri dei giustiziati, che dovevano
rimanere insepolti. Per distruggere i miasmi, vi si manteneva quasi
sempre il fuoco acceso. Questo fatto diede a Gesù l’oc
casione di prendere la Geenna come immagine dell’Inferno.
3) 5. Paolo (1 Cor. 6,9-10) dice: «Non illudetevi: né i
fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né
gli effeminati, né i sodomiti (omosessuali e lesbiche), né
ladri, nè avari, nè ubbriaconi, né maldicenti,
né rapaci, erediteranno il regno di Dio (cioè il Paradiso);
4) In Gal. 5,19-21, l’Apostolo continua l’elenco:
«fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, magia,
inimicizia, lite, gelosia, ire, ambizioni, discordie, divisioni, invidie,
ubriachezze, orgie, e opere simili a queste: coloro che compiono tali
opere non erediteranno il Regno di Dio (cioè il Paradiso)».
B - Insegnamento della Chiesa
1) I Concilii che hanno trattato la verità dell’esistenza
dell’Inferno sono: il Concilio di Valenza, il IV Concilio Lateranense,
iii e il Il Concilio di Lione, il Concilio di Firenze. Quest’ultimo,
per esempio, afferma solennemente: «Le anime di coloro che muoiono
in stato di peccato mortale, vanno all’inferno».
2) Nei Concilio Vaticano II, (Costituzione «Lumen Gentium»,
cap. 7, n. 48 d) s’insegna la necessità di una costante
vigilanza perché «non ci si comandi, come a servi cattivi
e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci
sarà pianto e stridore di denti... Noi tutti compariremo davanti
al tribunale di Cristo, per rispondere ciascuno della sua vita mortale..,
e alla fine del mondo “risorgeranno, chi ha operato il bene a
resurrezione di vita, e chi ha operato il male a resurrezione di condanna
(cioè all’Inferno).
3)Il Catechismo di S. Pio X, alle domande 103 e 104, risponde: «E
certo che esistono il Paradiso e l’inferno. Lo ha rivelato Dio,
promettendo, spesse volte, ai buoni l’eterna vita e il suo stesso
gaudio, e minacciando ai cattivi la pardizione e il fuoco eterno».
4)Il Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1034 e 1035, dice: «Gesù
parla ripetutamente del fuoco inestinguibile che è riservato
a chi, fino alla fine della vita, rifiuta di credere e di convertirsi.
La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno
e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di
peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi,
dove subiscono le pene dell’inferno, il fuoco eterno. La pena
principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio,
nel quale soltanto l’uomo può avere la vita, e la felicità
per le quali è stato creato e alle quali aspira».
L’inferno è eterno
Che l’Inferno sia eterno è verità di fede definita
nel IV Concilio Lateranense e nell Concilio di Lione. Il documento più
importante sul carattere eterno della pe na infernale è la scomunica
scagliata, con l’approvazione del Papa Vigilio, dall’imperatore
Giustiniano che nel 543 pose termine alla controversia Origenista: «Se
qualcuno dice o ritiene che il supplizio dei demoni e degli uomini empi
è temporaneo e avrà fine.., costui sia scomunicato»
(Dz. 211).
Pene dell’inferno
Le citate definizioni di fede distinguono nettamente due tipi di pene:
la pena del «danno» che consiste nel la privazione di Dio,
nostra felicità, e la pena del « senso».
Come in Paradiso ci sarà «ogni bene senza alcun male»,
così nell’Inferno ci sarà «ogni male senza
alcun bene». Nel Vangelo di S. Marco (16,28) l’Inferno è
chiamato «luogo dei tormenti».
Il Catechismo di S. Pio X afferma: «L’inferno è il
patimento della privazione di Dio, nostra felicità, e del fuoco,
con ogni altro male senza alcun bene».
I peccatori hanno preferito a Dio Creatore le creature e tutte le soddisfazioni
che essi potevano trovare in se stessi o negli altri. Perciò
le stesse creature, le stesse potenze dell’anima, gli stessi sensi
del corpo avranno il loro castigo e il loro tormento. Qualche accenno:
a) pene dell’immaginazione. Essa presenterà al dannato
tutti i piaceri e le delizie goduti sulla terra, ma ora finiti per sempre.
Gli presenterà alla fantasia le immense gioie del Cielo, che
per lui ormai sono ir raggiungibili. Per questo il dannato digrigna
i denti e si consuma di rabbia;
b) pene della memoria che ricorderà al dannato gli innumerevoli
peccati con tutte le circostanze e le malizie che gli hanno meritato
l’Inferno. Gli ricorderà tutte le grazie ricevute, tutti
gli avvertimenti e i consigli... di cui, se ne avesse tratto profitto,
ora non sarebbe in quel luogo di tormenti;
c) pene dell’intelligenza. Sulla terra le passioni, l’ignoranza
o la leggerezza molte volte possono offuscare la verità. Ma nell’Inferno
le verità, sulle quali in vita si tentò di passare con
indifferenza e disprezzo, saranno dinnanzi al dannato in tutta la loro
evidenza. Dunque il peccato non era una cosa da nulla! L’Inferno
non è una invenzione dei preti! Dio, della cui mise ricordia
e bontà si è tanto abusato, c’è, esiste veramente!
Ed ora lui non potrà più amare il buon Dio, ma dovrà
odiarlo per sempre;
d) pene della volontà. Non era tanto difficile salvarsi. Moltissimi
altri, pur nelle stesse condizioni di vita, hanno adoperato i mezzi
che Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa e si sono salvati. Dio,
nella sua infinita misericordia, l’aveva richiamato fino all’ultimo
istante della sua vita terrena, ma lui si è rifiutato: la sua
scelta è stata fatta per sempre!;
e) pene dei sensi. Dopo la resurrezione anche il corpo con tutti i suoi
sensi parteciperà con l’anima ai tormenti infernali. Gli
occhi non vedranno altro che volti spasimanti di dannati e di demoni
dall’aspetto orribile. L’udito non ascolterà altro
che lamenti, urla, imprecazioni e bestemmie. L’odorato sarà
colpito dai fetori più nauseanti. Il gusto soffrirà una
sete inestinguibile. Il tatto con tutto il corpo sarà tormentato
dal fuoco: fuoco non metaforico o figurato, come viene interpretato
da alcuni, ma fuoco vero, reale, di natura misteriosa che fa sentire
i suoi effetti terrificanti non solo sul corpo, ma anche sull’anima,
anche sui demoni, che sono puri spiriti senza corpo. Un fuoco che brucia
sempre senza consumare mai! Un fuoco più terribile di quello
della terra. Il fuoco terreno infatti è stato creato da Dio a
nostro servizio, per il nostro bene, mentre il fuoco infernale è
stato creato a castigo di Satana e dei suoi angeli ribelli.
Altre pene dei dannati:
la compagnia dei demoni che sfogheranno su di loro il loro odio contro
Dio, torturandoli per tutta l’eternità;
la compagnia dei dannati. Se per qualche circostanza ci capita di trovarci
tra persone ineducate, dal un guaggio volgare e blasfemo; con persone
sporche, male odoranti; con persone che ci guardano con occhio bieco
e ostile, ecc., con quale ansia non aspettiamo l’occasione e il
momento di sottrarci a quella insopportabile situazione! Ebbene nell’Inferno
il dannato si troverà in una situazione immensamente più
infelice ed eterna in compagnia di dannati molto più spregevoli
e che si odiano l’un l’altro con grande accanimento.
Le pene dell’inferno sono continue e
disuguali
Come le gioie del Paradiso, così le sofferenze dell’Inferno,
per quanto intense, non conoscono interruzione alcuna. Sulla terra le
distrazioni, il sonno, i rimedi, possono diminuire la coscienza del
dolore. Nell’inferno i dannati non conoscono sonno, né
distrazioni, né sollievo: l’Inferno è continuità
nella piena coscienza della propria sventura eterna.
Come in Paradiso i godimenti dei Beati non sono uguali, ma proporzionati
ai loro meriti, così nell’Inferno le sofferenze dei dannati
non sono uguali, ma proporzionate ai loro peccati.
L’inferno non è vuoto
Oggi ci sono alcuni che dicono: l’Inferno c’è, però,
non ci va nessuno perché Dio è infinitamente buono e misericordioso;
è nostro Padre e quindi ci salverà tutti.
Qui ci sarebbe tanto da dire, ma, per non allungare troppo l’argomento,
non dobbiamo dimenticare che Dio è infinitamente misericordioso
per chi si pente e si converte, ma è pure infinitamente giusto
per chi, fino all’ultimo istante della sua vita terrena, rifiuta
la sua grazia, rifiuta il richiamo che l’invita al pentimento.
All’Inferno ci va chi ci vuole andare. Diceva Gesù a un’anima
privilegiata, Suor Consolata Betrone: «L’impenitenza finale
è per quell’anima che vuole andare all’Inferno di
proposito e quindi riostinatamente la mia immensa misericordia, perché
io ho versato il mio Sangue per tutti! No, non è la moltitudine
dei peccati che danna l’anima, perché io li perdono se
essa si perite, ma è l’ostinazione a non volere il mio
perdono, a volersi dannare».
Che l’inferno non sia vuoto ce lo conferma la Vergine Santissima
a Fatima. Nella quarta apparizione, domenica 19 agosto 1917, la Madonna,
velata di tristezza, dice ai tre fanciulli (Lucia, Giacinta e Francesco):
«Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori. Badate
che molte, molte anime vanno all’inferno, perché non c’è
chi si sacrifichi e preghi per loro».
Concludiamo l’argomento dell’Inferno riportando l’episodio
del Papa Pio IX. Verso la fine del suo glorioso pontificato, il Papa
raccomandava a un Missionario francese: «Predicate molto le grandi
verità della salvezza, predicate specialmente l’Inferno.
Dite chiaramente tutta la verità sull’Inferno, non c’è
nulla di più efficace per far riflettere i poveri peccatori e
convertirli».
L'INFERNO: FATTI STORICI DOCUMENTATI
CHE FANNO RIFLETTERE UN GENERALE RUSSO
Gaston De Sègur ha pubblicato un libretto che
parla dell'esistenza dell'inferno, su cui sono narrate le apparizioni
di alcune anime dannate. Riporto per intero l'episodio con le
stesse parole dell'autore: "Il fatto accadde a Mosca nel
1812, quasi nella mia stessa famiglia. Mio nonno materno, il conte Rostopchine,
era allora governatore militare a Mosca ed era in stretta amicizia col
generale conte Orloff, uomo valoroso, ma empio. Una sera, dopo cena,
il conte Orloff cominciò a scherzare con un suo amico volteriano,
il generale V., burlandosi della religione e in particolare dell'inferno.
- Ci sarà qualcosa - disse Orloff - dopo la
morte? - Se ci sarà qualcosa - disse il generale V. - chi di
noi morirà per primo verrà ad avvisare l'altro. Restiamo
d'accordo? - Benissimo! - soggiunse Orloff, e si strinsero la mano in
segno di promessa.
Circa un mese dopo, il generale V. ricevette l'ordine
di partire da Mosca e di prendere una posizione importante con l'esercito
russo per fermare Napoleone. Tre settimane dopo, essendo uscito di mattina
per esplorare la posizione del nemico, il generale V. fu colpito al
ventre da una pallottola e cadde morto. Sull'istante si presentò
a Dio.
Il conte Orloff era a Mosca e non sapeva nulla della
fine di quel suo amico. Quella stessa mattina, mentre stava tranquillamente
riposando, ormai sveglio da un po' di tempo, si aprirono ad un tratto
le tendine del letto e comparve a due passi il generale V. morto da
poco, ritto sulla persona, pallido, con la destra sul petto e così
parlò: 'L'inferno c'è e io ci sono dentro!' e disparve.
Il conte si alzò dal letto e uscì di casa in veste da
camera, con i capelli ancora spettinati, molto agitato, con gli occhi
stralunati e pallido in volto. Corse in casa di mio nonno, sconvolto
e ansimante, per raccontare l'accaduto. Mio nonno si era alzato da poco
e, meravigliato nel vedere a quell'ora e vestito in quel modo il conte
Orloff, disse: - Conte che cosa vi è capitato?. - Mi sembra di
impazzire per lo spavento! Ho visto poco fa il generale V.! - Ma come?
Il generale è già arrivato a Mosca? - No! - rispose il
conte gettandosi sul divano e tenendosi la testa tra le mani. - No,
non è tornato, ed è questo appunto che mi spaventa! E
subito, trafelato, gli raccontò l'apparizione in tutti i particolari.
Mio nonno cercò di calmarlo, dicendogli che
poteva trattarsi di fantasia, o di un'allucinazione, o di un brutto
sogno e aggiunse che non doveva considerare morto l'amico generale.
Dodici giorni dopo, un messo dell'esercito annunziava a mio nonno la
morte del generale; le date coincidevano: la morte era avvenuta la mattina
di quello stesso giorno in cui il conte Orloff se l'era visto comparire
in camera."
UNA DONNA DI NAPOLI
Tutti sanno che la Chiesa, prima di elevare qualcuno
agli onori degli altari e dichiararlo "Santo", esamina attentamente
la sua vita e specialmente i fatti più strani e insoliti. II
seguente episodio fu inserito nei processi di canonizzazione di San
Francesco di Girolamo, celebre missionario della Compagnia di Gesù,
vissuto nel secolo scorso. Un giorno questo sacerdote predicava a una
gran folla in una piazza di Napoli. Una donna di cattivi costumi, di
nome Caterina, abitante in quella piazza, per distrarre l'uditorio durante
la predica, dalla finestra cominciò a fare schiamazzi e gesti
spudorati. II Santo dovette interrompere la predica perché la
donna non la smetteva più, ma tutto fu inutile. II giorno dopo
il Santo ritornò a predicare sulla stessa piazza e, vedendo chiusa
la finestra della donna disturbatrice, domandò cosa fosse capitato.
Gli fu risposto: "È morta questa notte improvvisamente".
La mano di Dio l'aveva colpita. "Andiamo a vederla", disse
il Santo. Accompagnato da altri entrò nella camera e vide il
cadavere di quella povera donna disteso. II Signore, che talvolta glorifica
i suoi Santi anche con i miracoli, gli ispirò di richiamare in
vita la defunta. San Francesco di Girolamo guardò con orrore
il cadavere e poi con voce solenne disse: "Caterina, alla presenza
di queste persone, in nome di Dio, dimmi dove sei!". Per la potenza
del Signore si aprirono gli occhi di quel cadavere e le sue labbra si
mossero convulse: "All'inferno!... Io sono per sempre all'inferno!".
UN EPISODIO CAPITATO A ROMA
A Roma, nel 1873, verso la metà di agosto, una
delle povere ragazze che vendevano il loro corpo in una casa di tolleranza
si ferì a una mano. II male, che a prima vista sembrava leggero,
inaspettatamente si aggravò, tanto che quella povera donna fu
trasportata urgentemente all'ospedale, dove morì poco dopo. In
quel preciso momento, una ragazza che praticava lo stesso "mestiere"
nella stessa casa, e che non poteva sapere ciò che stava avvenendo
alla sua "collega" finita all'ospedale, cominciò a
urlare con grida disperate, tanto che le sue compagne si svegliarono
impaurite. Per le grida si svegliarono anche alcuni abitanti del quartiere
e ne nacque uno scompiglio tale che intervenne la questura. Cos'era
successo? La compagna morta all'ospedale le era apparsa, circondata
di fiamme, e le aveva detto: "Io sono dannata! E se non vuoi finire
anche tu dove sono finita io, esci subito da questo luogo di infamia
e ritorna a Dio!". Nulla poté calmare l'agitazione di quella
ragazza, tanto che, appena spuntata l'alba, se ne partì lasciando
tutte le altre nello stupore, specialmente non appena giunse la notizia
della morte della compagna avvenuta poche ore prima all'ospedale. Poco
dopo, la padrona di quel luogo infame, che era una garibaldina esaltata,
si ammalò gravemente e, ben ricordando l'apparizione della ragazza
dannata, si convertì e chiese un sacerdote per poter ricevere
i santi Sacramenti. L'autorità ecclesiastica incaricò
della cosa un degno sacerdote, Mons. Sirolli, che era il parroco di
San Salvatore in Lauro. Questi richiese all'inferma, alla presenza di
più testimoni, di ritrattare tutte le sue bestemmie contro il
Sommo Pontefice e di esprimere il proposito fermo di mettere fine all'infame
lavoro che aveva fatto fino allora. Quella povera donna morì,
pentita, con i conforti religiosi. Tutta Roma conobbe ben presto i particolari
di questo fatto. Gli incalliti nel male, com'era prevedibile, si burlarono
dell'accaduto; i buoni, invece, ne approfittarono per diventare migliori.
UNA NOBILE SIGNORA DI LONDRA
Viveva a Londra, nel 1848, una vedova di ventinove
anni, ricca e molto corrotta. Tra gli uomini che frequentavano la sua
casa, c'era un giovane lord di condotta notoriamente libertina. Una
notte quella donna era a letto e stava leggendo un romanzo per conciliare
il sonno. Appena spense la candela per addormentarsi, si accorse che
una luce strana, proveniente dalla porta, si diffondeva nella camera
e cresceva sempre più. Non riuscendo a spiegarsi il fenomeno,
meravigliata spalancò gli occhi. La porta della camera si aprì
lentamente ed apparve il giovane lord, che era stato tante volte complice
dei suoi peccati. Prima che essa potesse proferire parola, il giovane
le fu vicino, l'afferrò per il polso e disse: "C'è
un inferno, dove si brucia!". La paura e il dolore che quella povera
donna sentì al polso furono così forti che svenne all'istanteDopo
circa mezz'ora, ripresasi, chiamò la cameriera la quale, entrando
nella stanza, sentì un forte odore di bruciato e constatò
che la signora aveva al polso una scottatura così profonda da
lasciar vedere l'osso e con la forma della mano di un uomo. Notò
anche che, a partire dalla porta, sul tappeto c'erano le impronte dei
passi di un uomo e che il tessuto era bruciato da una parte all'altra.
II giorno seguente la signora seppe che la stessa notte quel giovane
lord era morto. Questo episodio è narrato da Gaston De Sègur
che così commenta: "Non so se quella donna si sia convertita;
so però che vive ancora. Per coprire agli sguardi della gente
le tracce della sua scottatura, sul polso sinistro porta una larga fascia
d'oro in forma di braccialetto che non toglie mai e per questo particolare
viene chiamata la signora del braccialetto".
RACCONTA UN ARCIVESCOVO...
Mons. Antonio Pierozzi, Arcivescovo di Firenze, famoso
per la sua pietà e dottrina, nei suoi scritti narra un fatto,
verificatosi ai suoi tempi, verso la metà del XV secolo, che
seminò grande sgomento nell'Italia settentrionale. All'età
di diciassette anni, un ragazzo aveva tenuto nascosto in Confessione
un peccato grave che non osava confessare per vergogna. Nonostante questo
si accostava alla Comunione, ovviamente in modo sacrilego. Tormentato
sempre più dal rimorso, invece di mettersi in grazia di Dio,
cercava di supplire facendo grandi penitenze. Alla fine decise di farsi
frate. "Là - pensava - confesserò i miei sacrilegi
e farò penitenza di tutte le mie colpe". Purtroppo, il demonio
della vergogna riuscì anche là a non fargli confessare
con sincerità i suoi peccati e così trascorsero tre anni
in continui sacrilegi. Neanche sul letto di morte ebbe il coraggio di
confessare le sue gravi colpe. I suoi confratelli credettero che fosse
morto da santo, perciò il cadavere del giovane frate fu portato
in processione nella chiesa del convento, dove rimase esposto fino al
giorno dopo. AI mattino, uno dei frati, che era andato a suonare la
campana, tutto a un tratto si vide comparire davanti il morto circondato
da catene roventi e da fiamme. Quel povero frate cadde in ginocchio
spaventato. II terrore raggiunse il culmine quando sentì: "Non
pregate per me, perché sono all'inferno!"... e gli raccontò
la triste storia dei sacrilegi. Poi sparì lasciando un odore
ripugnante che si sparse per tutto il convento. I superiori fecero portare
via il cadavere senza i funerali.
UN PROFESSORE DI PARIGI
Sant'Alfonso Maria De' Liguori, Vescovo e Dottore della
Chiesa, e quindi particolarmente degno di fede, riporta il seguente
episodio. Quando l'università di Parigi si trovava nel periodo
di maggior splendore, uno dei suoi più celebri professori morì
improvvisamente. Nessuno si sarebbe immaginato la sua terribile sorte,
tanto meno il Vescovo di Parigi, suo intimo amico, che pregava ogni
giorno in suffragio di quell'anima. Una notte, mentre pregava per il
defunto, se lo vide apparire davanti in forma incandescente, col volto
disperato. II Vescovo, compreso che l'amico era dannato, gli rivolse
alcune domande; gli chiese tra l'altro: "All'inferno ti ricordi
ancora delle scienze per le quali eri così famoso in vita?".
"Che scienze... che scienze! In compagnia dei demoni abbiamo ben
altro a cui pensare! Questi spiriti malvagi non ci danno un momento
di tregua e ci impediscono di pensare a qualunque altra cosa che non
siano le nostre colpe e le nostre pene. Queste sono già tremende
e spaventose, ma i demoni ce le inaspriscono in modo da alimentare in
noi una continua disperazione!"
RAIMOND DIOCRÉ
Ed ecco un altro fatto sconvolgente, avvenuto alla
presenza di migliaia di testimoni ed esaminato in tutti i particolari
dai dottissimi Bollandisti. Era morto a Parigi il professore della Sorbona
Raimond Diocré. Nella chiesa di Nòtre Dame si svolgevano
i solenni funerali. Oltre a molti semplici fedeli vi parteciparono numerosi
professori e discepoli del defunto. La salma era collocata nel mezzo
della navata centrale, coperta, secondo l'uso di quel tempo, da un semplice
velo. Cominciate le esequie, allorché il sacerdote disse le parole
del rito: "Rispondimi: quante iniquità e peccati hai...?",
si udì una voce sepolcrale uscire da sotto il velo funebre: "Per
giusto giudizio di Dio sono stato accusato!". Fu tolto subito il
drappo mortuario, ma si trovò il defunto immobile e freddo. La
funzione, improvvisamente interrotta, fu subito ripresa fra il turbamento
generale. Poco dopo il cadavere si alzò davanti a tutti e gridò
con voce ancora più forte di prima: "Per giusto giudizio
di Dio sono stato giudicato!". Lo spavento dei presenti giunse
al colmo. Alcuni medici si avvicinarono al defunto, ripiombato nella
sua immobilità, e constatarono che era veramente morto. Non si
ebbe però il coraggio, per quel giorno, di continuare il funerale
e si rimandò al domani. Intanto le autorità ecclesiastiche
non sapevano che cosa decidere. Alcuni dicevano: "E' dannato; non
è degno delle preghiere della Chiesa!". Altri osservavano:
"Non si può essere sicuri che Diocré sia dannato!
Ha detto di essere stato accusato e giudicato, ma non condannato".
Anche il Vescovo fu di questo parere. II giorno seguente fu ripetuto
l'ufficio funebre, ma giunti alla stessa frase prevista dal rito: “Rispondimi...”
il cadavere si alzò nuovamente da sotto il velo funebre e gridò:
"Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato all'inferno per
sempre!". Davanti a questa terribile testimonianza, cessarono i
funerali e si decise di non seppellire il cadavere nel cimitero comune.Il
prodigio era evidentissimo e molti si convertirono. Tra i presenti c'era
un certo Brunone, discepolo e ammiratore del Diocré; era già
un buon cristiano, ma in quell'occasione decise di lasciare le attrattive
del mondo e di darsi alla penitenza. Altri seguirono il suo esempio.
Brunone divenne fondatore di un Ordine Religioso, il più rigoroso
della Chiesa Cattolica: l'Ordine dei Certosini. In seguito morì
da Santo. Chi va oggi a Serra San Bruno, in Calabria, può visitare
il monastero fatto costruire dal Santo, ove sono sepolti, tra gli altri,
non pochi uomini illustri che hanno lasciato tutto per dedicarsi interamente
alla preghiera, al lavoro, all'aspra penitenza e al più rigoroso
silenzio. II mondo potrà giudicare pazzi costoro, ma in realtà
sono sapienti; seguendo le orme del fondatore, al pensiero dell'inferno,
perseverano nella vita di mortificazione per guadagnarsi il paradiso.
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